IL GATTO: ANALISI STORICA E FENOMENOLOGICA TRA TESI E ANTITESI

Il Felis silvestris catus -nome scientifico coniato nel XVII secolo dal naturalista e botanico accademico Carl von Linné – è stato, sin dai tempi più arcaici, vittima di vicende che hanno interessato la storia antica e la cronaca nera coeva.

Noti nell’antico Egitto con il nome Mau, i gatti erano considerati sacri e, dunque, divinizzati; addomesticati ancor prima dei cani, le loro qualità di roditori spontanei erano apprezzate e rivestite di un valore che rendeva questi felini dei veri e propri protettori della domus.
L’antico Egitto prevedeva la divinazione di una dea con sembianze feline: secondo l’archeologia questa sarebbe attribuita a Mafdet, dapprima dea Bastet, così come testimoniato dalla decorazione rinvenuta su una coppa di cristallo databile al 3100 a.C..

La sacralità del gatto viene avvalorata dalla pratica della mummificazione così come testimoniato dalle Storie del greco Erodoto (484 a.C. – 425 a.C.):

«Quando, poi, scoppia un incendio, i gatti sono presi da fenomeni strani. Gli Egiziani, infatti, disponendosi a regolare distanza, fanno loro la guardia, trascurando, perfino, di spegnere il fuoco; ma i gatti sgusciando tra uomo e uomo, o, magari, saltandoli via, si gettano nel fuoco. Quando ciò avviene, è grande il dispiacere che prende gli Egiziani. Se in una casa un gatto viene a morire di morte naturale, tutti quelli che vi abitano si radono le sopracciglia. […] I gatti vengono portati nella città di Bubasti in locali sacri e ivi vengono sepolti, dopo essere stati imbalsamati.»

La mummificazione dei gatti provenienti dai contesti domestici più abbienti era assai frequente: testimonianza di ciò è il monumento funebre di Myt, gatta dell’erede al trono Thutmose, sepolta nella necropoli di Menfi ed attualmente ubicata al Museo del Cairo; la gatta, ritratta con un fiocco al collo, fu deposta assieme alla statuetta della divinità rappresentante uno shauabti il quale avrebbe affiancato il felino ad affrontare la sua nuova vita nel regno dei morti.

Nella cultura romana i gatti erano animali assai prodigiosi: oltre ad essere i debellatori per eccellenza delle malattie di cui i ratti erano i vettori, ad essi venivano attribuite proprietà magiche dovute dalla maggiore sensibilità rispetto ad eventi atmosferici; la natura segreta e misteriosa del felis silvestris catus veniva paragonata ai cicli lunari: la mitologia vede l’introduzione della divinità Bastet nel pantheon romano e la sua associazione alla dea madre Iside, considerata per l’appunto, la divinità della magia.

Nel Medioevo, tuttavia, questa concezione positiva attribuita al felino domestico muta radicalmente divenendo esso un simbolo associato al male e, dunque, al Diavolo.
L’Europa di sette secoli or ‘sono è stata protagonista di un genocidio di gatti che, ancora oggi, viene ricordato a Ypres, città situata nelle Fiandre, in cui – durante la seconda settimana di quaresima -si celebra il cosiddetto “mercoledì dei gatti”, rievocazione storica che ricorda l’antica pratica del lancio dei felini dai campanili e dalle torri.
La credenza comune del periodo medievale attribuiva a questo animale l’aggettivo di “eretico” per la sua associazione alle streghe e, dunque, a Satana: ciò fu dichiarato nella bolla “Summis desiderantes affectibus” promulgata dal pontefice Innocenzo VIII nel 1484.

Il gatto è stato, nella sfera folkloristica, considerato un alleato del diavolo nonché il principale accusato per la diffusione della peste che interessò i secoli del Basso Medioevo: le epidemie, secondo la superstizione del tempo, erano frutto di una punizione divina di cui il Diavolo ne sarebbe stato l’indiscusso artefice; per allontanare ogni sorta di malefizio e sciagura i gatti sarebbero stati arsi vivi.

Questi animali attualmente tutelati da numerose leggi e convenzioni internazionali, in passato sarebbero stati ritenuti responsabili della malattia del sistema nervoso conosciuta con il nome di “Danza di San Giovanni”.
Tuttavia quanto appena affermato trova la sua antitesi storica in uno studio più approfondito sulle agiografie di alcune monache e sante del periodo basso medievale: secondo quanto narrato nella agiografia di Santa Chiara d’Assisi, la monaca capostipite dell’ordine delle Clarisse ebbe con sé una gatta, “Sora Gattuccia” la cui presenza era prevista anche durante le funzioni religiose.
La stessa Santa Gertrude di Nivelles – protettrice dei felini – in un’ iconografia del XIV secolo, è raffigurata mente gira il fuso aiutata da un gatto.
Secondo le testimonianze, le Chat de Chartreux – conosciuto come gatto Certosino – è una delle specie più antiche di cui si ha menzione in Francia nel 1558 ad opera del poeta Joachim du Bellay.
Le attestazioni rivelano che questa specie era assai gradita all’interno dei cenobi, ed il suo nome deriverebbe proprio all’Ordine religioso certosino di cui San Bruno fu il capostipite nel XI secolo: secondo la tradizione, il gatto Certosino, era assai gradito anche negli scriptoria dei monasteri, ove era incaricato di vegliare sui manoscritti, proteggendoli dai roditori.

La cronaca nera, tuttavia, riferisce un’ampia casistica che vede questi animali, dotati di grande indipendenza ed autonomia, su altari sacrificali costituiti per rituali compiuti dai culti abusanti.
Le indagini statistiche condotte dall’ AIDAA (Associazione italiana in difesa di animali e ambiente che lancia l’allarme) rivelano che ogni anno circa 35.000 gatti vengono uccisi per finalità illecite che pongono l’attenzione sui pseudo-rituali effettuati da persone di giovane età che, aderendo a culti abusanti come il satanismo acido, compiono un vero e proprio olocausto di gatti che interesserebbe l’intera Penisola.
Da queste realtà settarie, tuttavia, si distinguono altre correnti spirituali sataniste che, agendo in maniera trasparente e lecita, prendono le distanze da questi abominevoli fatti che coinvolgono realtà agenti contra legem.

Antonia Depalma

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