L’ARTE DELLA SCRITTURA

Prima della nascita della stampa, l’amanuense o il copista era la figura professionale di chi si occupava della trascrizione di testi al servizio di privati o del pubblico.
Il termine amanuense deriva dal latino “servus a manu”, era il termine con il quale i romani definivano gli scribi.
I monaci trascorrevano molte ore negli scriptorium (parola latina che deriva dal verbo “scrivere”, con l’aggiunta di orium, che indica gli aggettivi di luogo).

Lo scriptorium era una sala, interna al monastero, illuminata da numerose finestre; spesso si trattava della stessa sala capitolare in cui i servus a manu svolgevano la maggior parte del loro lavoro di copiatura.
L’unica luce utilizzabile era quella naturale poiché si temeva che quella artificiale potesse danneggiare i manoscritti.

Ad essere impegnati nella realizzazione del libro erano:

  • Copisti – producevano i manoscritti ed i libri preziosi
  • Calligrafi – svolgevano la produzione di base e la corrispondenza
  • Miniatori – dipingevano le illustrazioni, talvolta utilizzando anche piccoli fogli d’oro
  • Rubricatori – impegnati nel dipingere le lettere di rosso

I testi trascritti avevano perlopiù carattere religioso e ciò rendeva il lavoro di questi monaci un attività strettamente correlata alla preghiera ed alla meditazione.
In caso di errore durante la copiatura ci si poteva, comunque, servire del “raschietto” per cancellare: esso, sfregato con delicatezza sulla pergamena, grattava via il refuso.
Per dare unicità di livello alla frase venivano, invece, tracciate alcune righe leggere mediante l’utilizzo di un righello: esse venivano realizzate  imprimendo un sottile solco incolore oppure utilizzando una stilo di grafite di piombo o d’argento.
Per abbellire alcune parti del manoscritto si era soliti usare il minio, minerale di colore rosso con il quale si fabbricava l’inchiostro utile per evidenziare, ad esempio le iniziali, i titoli e le didascalie presenti nelle pagine dei codici; con il passare del tempo, con il termine “miniare” si andò designando la tecnica atta a colorare con acquerello, in vari colori, quelle figure, che assumevano il nome di “miniature”.

Il monaco che scriveva non corrispondeva, nella maggior parte dei casi, alla persona il cui compito era adibito alla realizzazione di miniature: per quest’ultima delicata operazione occorreva un talento particolare e, in questi casi, colui che si occupava della trascrizione in bella grafia, lasciava sul foglio di pergamena lo spazio sufficiente che, in un secondo momento, sarebbe stato designato alla realizzazione della miniatura.
Al termine del lavoro di scrittura e miniatura, i fogli – prodotto dell’ultimazione del lavoro – venivano ripiegati e accatastati con ordine ed, infine, cuciti col sussidio di un telaio.
La copertina di legno veniva preparata con una scure in mano e, per finire, si passava alla chiusura con borchie.

I materiali più arcaici utilizzati per la scrittura furono pietre, tavolette ed argille: sin mille anni prima di Cristo i Fenici portarono in Grecia il papiro; da questo supporto nacquero i primi libri manoscritti a forma di rotolo. Che presero il nome di Volumen.
Verso il IV secolo si impose l’uso generalizzato della pergamena che portò alla grande diffusione del codex, già in uso da circa tre secoli. 
Con questo termine si indicò, dapprima, una raccolta di inventari o di archivi.

Nel III secolo, dopo la riforma di Diocleziano, in Egitto il codex assunse il significato di registro fiscale o di catasto mentre in Grecia, per definire un codice letterario, erano usati i sostantivi biblos o biblion che si pongono alla base etimologica di quel che, in lingua moderna chiamiamo “libro”.
Presso i Latini con il termine “codex” si indicava un insieme di tavolette legate tra loro mediante una cordicella.
Soltanto nel III secolo il termine indicò dei quaderni di pergamena o di papiro contenenti alcuni testi letterari: la prima attestazione in tal senso si incontra in un poema di Commodiano.
In tempi antecedenti, nelle aree geografiche greche e romane, si utilizzò la tavoletta da scrittura; essa era composta da cera o dal legno.
Il suo utilizzo, probabilmente di origine orientale, sarebbe stato adoperato per aspetti burocratici quali conti “ufficiali”, testamenti, registrazione delle nascite o per gli esercizi didattici.
Legando le tavolette per due, tre o più si andavano a formare quelli che assunsero il nome di “dittico”, “trittico”, e così via; per tenerle unite era comune la pratica di un foro per mezzo del quale passava una cordicella.

Successivamente, invece delle tavolette, si iniziò ad utilizzare piccoli e grandi tagli di pergamena, uniti tra loro per formare un libretto che fu il precursore immediato del codice vero e proprio.
Dal libretto di pergamena al codice letterario il passo fu breve anche se il rotolo di papiro era ancora considerato il supporto più nobile delle opere letterarie.
I cristiani, tuttavia, fin dal II secolo, adottarono prevalentemente il codice per raccogliere i loro testi, al fine di sottolineare la differenza con gli Ebrei che scrivevano i volumina; esso venne considerati come il mezzo per imporsi attraverso la mediazione peculiare dei propri scritti nella società culturale del mondo greco-romano.

Ragioni pratiche ed economiche potrebbero, tuttavia, aver spinto i cristiani ad adottare il codice con rapidità e determinazione: secondo alcuni studiosi, essi avrebbero apprezzato la comodità dell’oggetto nei loro viaggi missionari.
Questo formato poteva raccogliere passi delle Sacre Scritture, rendendo di più facile portata le consultazioni. Importante fu, inoltre, il costo relativamente contenuto del prodotto, la sua solidità e la possibilità di ampliarne il contenuto in base alle esigenze e senza i limiti imposti, come nel caso del “rotolo”.

Nella tarda antichità e durante l’epoca medioevale furono elaborate precise regole per la fattura dei codici: essi erano costituiti da fascicoli di due, tre, quattro, cinque o – al massimo – sei fogli di pergamena che erano squadrati e rigati con punte metalliche a secco.
Nel XI-XII secolo si colloca anche l’utilizzo della rigatura a punta di piombo che sul foglio appariva con colore azzurrastro.
In epoca tardo-antica non era pratica comune la numerazione delle pagine; essa era adoperata per i soli fascicoli.
 Dall’XI secolo si affermò l’abitudine di apporre al termine di ogni fascicolo il richiamo, ovvero l’indicazione della prima o delle prime parole, nonché della prima carta del fascicolo seguente per evitare errori in fase di rilegatura.
La numerazione delle carte – prima con cifre romane e poi con quelle arabiche – entrò in uso nel XIII secolo.
Antichissimo è l’uso di eradere la scrittura vergata su un libro mediante raschiatura con pomice allo scopo di  riutilizzarne la materia scrittoria.

Tra le tecniche riportate alla luce è presente la seguente: comune era l’immersione per una notte nel latte dei fogli di pergamena che si volevano riutilizzare, strofinandoli con una spugna per togliere l’inchiostro; il tutto veniva ricoperto con della farina per evitare la seccatura e, successivamente, li si spianava sotto un peso.
In un ultimo passaggio, questi venivano lisciati con la c.d. pietra pomice e ridotti tagliandoli al nuovo formato – necessariamente più piccolo – che si voleva realizzare.
I codici così creati sono detti palinsesti, termine che in lingua greca si traduce come “raschiati di nuovo”.

L’attività prestigiosa compiuta dai servus a manu restò attuale sino alla nascita della stampa a caratteri mobili, introdotta nella Germania del 1455 dall’orafo e tipografoJ ohannes Gensfleisch della corte di Gutenberg.

Antonia Depalma


4 commenti

Teresa · 14 Maggio 2020 alle 20:09

Interessantissimo articolo. E superba Antonia!

    ilmegliodipuglia · 14 Maggio 2020 alle 20:38

    Grazie mille 🙂

Arnaldo Lovecchio · 14 Maggio 2020 alle 20:17

Molto interessante!

Tpietro D'onghia · 15 Maggio 2020 alle 08:46

Articolo interessantissimo, si capisce che l’argomento trattato è molto caro all’autrice. Complimenti!

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